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Spinello bruciacervello
da L'Espresso - agosto 2002

Antonella Fiori

I fumatori di marijuana? «Stanno facendo saltare i loro cervelli». La depenalizzazione della droga? «Fondata sulla più grande leggenda: pensare che la cannabis sia innocua». La miccia l’ha innescata Susan Greenfield, titolare della cattedra di Farmacologia Sinaptica della Oxford University, autrice di 150 pubblicazioni nel campo sulle riviste scientifiche internazionali più prestigiose, e membro non politico della Camera dei Lord inglese. Greenfield prende la parola per bocciare dagli scranni della Oxford University quella che lei chiama «l’idea tossica» del governo di Tony Blair: degradare la marijuana a droga a basso rischio in modo che il suo uso e possesso non sia più motivo di arresto. La definisce «una follia». E spiega: «La marijuana ha un suo recettore nel cervello e si inserisce in delicatissimi meccanismi neurochimici alla base delle funzioni cognitive. In più, crea dipendenza psichica. I consumatori di cannabis devono assumere quantità sempre maggiori per raggiungere gli effetti desiderati. Risultato: il 10 per cento non riesce a smettere, anche se vorrebbe».

Il membro della Camera dei Lord riassume così i risultati di parecchi studi recenti sugli effetti neurologici della cannabis. In particolare, i lavori più importanti portano la firma di Steven Goldberg e Gigi Tanda del Nida, l’Istituto nazionale sull’abuso di droga americano, del cagliaritano Gaetano Di Chiara e di Beat Lutz del Max Planck of Psychiatric di Monaco. La ricerca del massimo istituto americano di studi sulla droga, pubblicata pochi mesi fa su “Nature Neuroscience”, ha dimostrato che il principio della cannabis, il Delta 9 tetraidrocannabinolo, (Thc), ha gli stessi effetti neurologici della cocaina. Ovvero produce delle precise modificazioni cerebrali, il che sembra confermato dallo studio tedesco pubblicato sull’ultimo numero di “Nature”. Beat Lutz e i suoi collaboratori hanno infatti visto cosa accade stimolando due batterie di topi: un gruppo modificato geneticamente in modo da non avere il recettore cerebrale del cannabinoide (ovvero ad esservi insensibile) e un altro senza questa modifica genetica. Osservando le reazioni dei topi modificati e di quelli normali, i ricercatori tedeschi hanno dimostrato che il Thc e molecole simili sono capaci di spazzare via dal cervello memorie sgradevoli agendo proprio sui recettori della cannabis. Anche se Lutz suggerisce che questa scoperta può aprire la strada alla formulazione di farmaci ansiolitici, l’immediata conseguenza del lavoro è l’osservazione di come i cannabinoidi abbiano un’azione neurologica creando un mondo psicologico parallelo e innaturale di sensazioni, emozioni, memorie.

«Se si vuol capire quali sono gli effetti della marijuana sul nostro cervello, basta andare a vedere come sono distribuiti i suoi recettori, concentrati nelle parti limbiche dove hanno sede le emozioni e le funzioni cognitive», spiega Gaetano Di Chiara, ordinario di farmacologia dell’università di Cagliari, presidente del Fens, Federazione europea delle società di neuroscienza. Di Chiara studia da sempre il problema e ha scritto una serie di studi pubblicati da “Nature” e “Science”, l’ultimo qualche mese fa, dove ha dimostrato che il principio attivo della cannabis, il Thc, ha la capacità (come i principi attivi delle droghe più pesanti, compresa l’eroina e la cocaina) di aumentare i livelli di una sostanza chimica, la dopamina, che serve per trasmettere le informazioni tra le cellule cerebrali. «Il Thc,» aggiunge, «attraverso questa proprietà provoca dipendenza in individui che ne facciano uso ripetuto. La prova è che ad Amsterdam, nelle numerose cliniche di disintossicazione da cannabis, i medici riportano numerosi casi di dipendenza».

Annota il farmacologo: «La marijuana incide in maniera profonda nelle funzioni che noi consideriamo squisitamente umane». Come a dire che modifica radicalmente l’azione del nostro cervello facendoci agire diversamente da come faremmo senza averla assunta. E, aggiunge Di Chiara: «Considerarla innocua in nome di un’idea di libertà, significa abdicare al nostro stesso libero arbitrio». Insomma gli studi neurologici ci impongono di rivedere il vecchio tabù della sinistra che ha regalato alla “maria” la patina di droga libertaria e non dannosa. Ma, avverte Gabriella Zorzi, pedagogista trainer del Maya Liebl Institute, con sedi a Livorno e Washington Dc, autrice del saggio “Universi Diversi” (Belforte editore): «Bisogna guardarsi dalla parola “leggere” come da un silenziatore che davanti a una rivoltella, attutisce solo il fragore. L’effetto, più lento e subdolo, arriva puntuale».

E non riguarda solo pochi reduci degli anni Settanta. Anzi. L’ultima indagine Espad (European School Survey Project on Alchool and Other Drugs) fatta in 250 scuole fra la popolazione degli istituti secondari italiani, nella fascia d’età 15-19 anni ha registrato nel 2001 un abbassamento ulteriore dell’età della prima iniziazione alla droga: 11 anni. In aumento, invece, nei ragazzi delle scuole medie superiori, la percentuale di chi ha consumato marijuana almeno una volta in vita sua: dal 25 per cento del 1995 al 32,7 del 2001: praticamente un terzo della popolazione giovanile.

Ma il dato che conferma la rilevanza del fenomeno emerge da un’altra indagine, la prima effettuata in Italia nella popolazione generale che ha interessato la fascia d’età tra i 15 e 44 anni. I risultati contenuti nella relazione annuale presentata lo scorso mese al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze, indicano che il 28 per cento degli italiani tra i 15 e 44 anni dichiara di aver fatto uso, almeno una volta nella vita, di cannabis. In particolare, colpisce il fatto che tra i 15 e 24 anni il 12,7 per cento dei maschi (1 maschio su 8) e il 9, 2 delle femmine (1 su 11) affermi di aver fumato almeno uno spinello negli ultimi 30 giorni. Un fenomeno, quello dell’abuso di cannabis, che da anni ha anche una rilevanza psichiatrica. «Il fatto è che la marijuana amplifica in modo smisurato nella struttura psichica stati emotivi non controllati che vanno contro un proprio sentire»: spiega lo psichiatra Giovanni Castellano, coordinatore negli anni Ottanta di un progetto poliennale per prevenzione delle tossicodipendenze per conto dei provveditorati agli studi in scuole di vari ordine e grado. «La percezione del vivere non è più reale, ma non per via delle allucinazioni. Ma perché non corrisponde più all’assetto interno della personalità». Risultato: in presenza di una difficoltà esistenziale chi ha fatto uso di droghe, compresa la cannabis, invece di reagire o accettare la sofferenza, prende la scorciatoia.

La denuncia, allo stesso modo di quella neurofarmacologa inglese Susan Greenfield, è contro una «cultura favorevole all’uso della droga». A partire dall’ambiente scolastico che, sostiene lo psichiatra, proprio a partire dagli anni Ottanta ha dato una visione distorta «non così allarmante» dell’uso della cannabis. «Il problema è che l’adolescenza è un momento delicato di ricerca dell’identità. L’atteggiamento del mondo esterno è importantissimo. Se il ragazzo non avverte un fortissimo messaggio di condanna, sceglie la droga», conclude lo psichiatra.

Anche dati dall’osservatorio delle tossicodipendenze di Lisbona, (www.emcdda.org), confermano che si inizia presto a consumare cannabis. E ciò aggrava la situazione giacché, spiega ancora Castellano: «La gravità degli effetti della marjiuana dipende dall’età di iniziazione alla sostanza. Se si cominciano a fumare spinelli quando la struttura psichica è già formata l’effetto è minore. Ma se si assume marijuana nella prima adolescenza, la personalità si costruisce in funzione della sostanza». L’imbroglio più grande? Per il professore far credere ai ragazzi che scoprano se stessi anche attraverso la cannabis. «In realtà la droga non fa scoprire niente. Semplicemente dà l’illusione di risolvere un malessere. Malessere che deriva dal fatto di non stare vivendo una pienezza della propria vita».





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