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Culture, enteogeni, tecnologie del sacro e Stati Non Ordinari di Coscienza di Piero Coppoi
Eleusis

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Culture, enteogeni, tecnologie del sacro e Stati Non Ordinari di Coscienza
Piero Coppoi

Originalmente pubblicato in Altrove


Mia intenzione èfare qui una specie di movimento di zoom all’indietro, dove
s’inquadri inizialmente l’individuo che sperimenta SNOC, magari in compagnia della sostanza o delle persone con cui condivide o che inducono l’esperienza, e poi si allarghi il campo al massimo per poi tornare eventualmente ancora alla persona in SNOC o addirittura ad una parte di lei, per esempio il suo cervello.

Preliminari a quest’esercizio sono due parole sul concetto di cultura che ho messo all’inizio del titolo del mio contributo. Si tratta di un concetto controverso: c e chi ne ha contate nella letteratura etno-antropo- psicologica piùdi ottanta diverse definizioni. In tempi recenti, l’ideologia scientista liberal nordamericana accusa di “culturalismo”chiunque usi il concetto di cultura per segnalare qualcosa che sovraordina l’individuo, che, in parte, lo determina. Questa posizione che porta all’estremo la separazione (che pure èstata utile nella storia della Specie) èoggi assurda: l’uomo èuna specie sociale; gli esseri umani, come diceva R. Linton, vivono immersi in un brodo culturale o, se volete, in un ambiente che consente loro di vedere, di essere operativi; ma che loro non vedono, dato che per loro èinnato, “naturale”, a meno che non s’incontrino con un’acqua diversa, l’Altro; e poi avendo capito come funziona altrove, tornino a sé.

E allora vorrei intanto situare la persona in SNOC nel suo gruppo immediato ma anche nel bagno culturale, nell’ambiente in cui èimmersa. Nella sua cultura:

intendendo con questo nome l’insieme dei prodotti (quasi escreti) visibili e invisibili, di un gruppo umano in relazione con l’ambiente in cui evolve. Certo, ogni cultura èmolteplice, racchiude in séculture dominanti e altre dominate; èin continua trasformazione, non fissa.

Ora le culture, come organismi pluricellulari, insiemi caotici e molteplici, hanno i loro modi di funzionamento, la loro fisiologia, fisiopatologia e patologia; si generano, sono dotate di intenzionalità(tendono a conservarsi) e muoiono. Specie di menti collettive, producono persone (costituendo l’ambiente in cui arriva il nuovo nato) che poi concorrono, piùo meno, a modificarle.

M’interessa sottolineare come le culture abbiano i loro modi di autoregolazione e mantenimento. Si deposita da qualche parte il loro codice di identità, la sequenza di significato che le contraddistingue, le differenzia dalle altre: la lingua, per esempio; i miti (in particolare quelli di fondazione e di creazione) i modi specifici di relazione con l’invisibile; e poi alcuni oggetti forti, i Faiticci di Latour, artefatti destinati a restare segreti. A quei codici, depositati nella cella della regina del termitaio immateriale, accedono gli operatori, i “grandi iniziati”della cultura in particolari momenti, quelli critici dell’esistenza della cultura e dei suoi membri.

Un altro passo. Ogni cultura umana si costruisce sul caos, sull’indifferenziato, sul flusso continuo delle trasformazioni che lavora energia e materia, vivente e non vivente. E proprio della specie umana fondarsi con il lavoro di distinzione (questa èla luce, questa èl’ombra), di ordinamento, di astrazione. Non èla sola specie a fare questo; ma essa porta questo lavoro a un grado estremo, e, astraendo sempre più, genera un mondo sempre piùcomplesso pur restando passibile di comunicazione. Ogni cultura sta in equilibrio tra colto e incolto, ordine e disordine. Ha un piede da una parte e uno dall’altra. Ha bisogno delle due dimensioni: se si sbilancia troppo verso l’ordine, perde contatto con le sorgenti della forza vitale, con le radici immerse nella trasmutazione perenne, s’inaridisce, diventa macchina e muore; se si sbilancia troppo verso il mondo incolto, ne èinvasa, inflazionata e perde contatto con l’ambiente e controllo sul suo divenire.

Quello che voglio dire con tutto ciò, e che avrete certo giàcapito, èche considero i dispositivi di induzione e gestione di gruppo degli SNOC (le tecnologie del sacro) prima di tutto come dei sistemi messi a punto dalle varie culture, consapevoli del proprio funzionamento e dei propri bisogni, per mantenere il proprio equilibrio e la salute dei loro membri. Si tratta di dispositivi di mantenimento, ma anche di reazione a occasioni di lacerazione, di innesto di elementi estranei o di intrusione; soprattutto se avvengono in modo tale che l’organismo collettivo non ha il tempo e il modo di scegliere e filtrare il materiale da accogliere e poi masticare, metabolizzare, far proprio.


Le cosiddette tecnologie del sacro sono allora questo: dispositivi tecnici, a volte estremamente raffinati, di ridefinizione e conferma del punto di equilibrio della cultura; di riparazione, metabolizzazione e resistenza attraverso il richiamo, la riconferma, la rielaborazione dall’interno dei codici fondanti. Considero analogamente lo SNOC indotto come un’apertura nell’organismo per opera di un singolo o di un gruppo che rappresentano una specifica cultura; una crisi, una messa in discussione dell’organismo umano, della modellizzazione dell’universo da esso cognitivizzato che apre alla conferma degli ordinatori culturali fondamentali, alla risintonizzazione neurovegetativa , all’espressione delle emozioni depositate nel corpo.


In questo momento, da questa prospettiva, non mi importa distinguere se gli SNOC siano indotti in uno o nell’altro caso con tecniche endogene (respiro, meditazione, digiuno, ecc.) o esogene (sostanze), se non per suggerire la possibilitàche esistano anche operatori non umani, rappresentanti di altri regni della vita (per esempio vegetali). Nella mia esperienza personale, l’unica sostanza che ho sentito specifica, dotata di una sua personalità, èl’ayahuasca. Psylocibe, mescalina, LSD, ipomea, eccetera le ho sentite attivatrici di un processo aspecifico (a questo proposito sono convinto che l’attivitàdella pianta intera, cosi come usata tradizionalmente, non sia riducibile a quella di uno o più“principi attivi”, e cioèa elementi della sua anatomia chimica: la vita non sopporta, senza morirne, simili riduzioni).

Mi piace ricordare qui la constatazione da cui ha preso l’avvio tutta la peripezia di S. Grof, citando un brano di un mio scritto in stampa:


“Nel 1956 si sottopose alla prima somministrazione di LSD entrando poi nel gruppo di ricerca interdisciplinare su questa sostanza e concentrandosi sulle relazioni esistenti tra gli effetti di diverse sostanze psicoattive (LSD, mescalina, psilocibina, dimetil- e dietil-triptamina, i derivati dell’adrenalina adrenocromo e adrenolutina) e la sintomatologia schizofrenica. Le varie sostanze erano somministrate a un gruppo di soggetti ‘normali’ volontari e a un gruppo di ‘schizofrenici’ sottoposti poi, a intervalli regolari, a una batteria di test e analisi cliniche, psicologiche, fisiologiche e biochimiche”.


Nel corso di questo e altri studi analoghi risultòche, con l’eccezione dei derivati dell’adrenalina, le varie sostanze mostravano piùsomiglianze che differenze nei loro effetti; mentre questi variavano grandemente da individuo a individuo e, nello stesso individuo, da sessione a sessione. Il ruolo aspecifico delle sostanze e il primato delle caratteristiche della personalitàdi base e delle circostanze dell’esperienza (il “set e il setting”) nel determinarne qualitàe contenuti portòS. Grof ad abbandonare progressivamente l’ipotesi di un’azione farmacologica realmente psicotomimetica (“psicosi modello”o “psicosi sperimentale”) dell’LSD e a concentrarsi sul suo possibile uso in percorsi psicoterapeutici come acceleratore dei processi psicodinamici:


“L’LSD sembra creare una situazione di attivazione non differenziata che facilita l’emergenza di materiale inconscio da differenti livelli della personalità. La ricchezza e la straordinaria variabilitàinter e intraindividuale dell’esperienza lisergica puòcosi essere spiegata col molo decisivo di fattori extrafarmacologici, quali la personalitàdel soggetto e la struttura del suo inconscio, la personalitàdel terapeuta o dell’assistente, e il set e il setting in tutta la loro complessità. La capacitàdell’LSD e di alcune altre droghe psichedeliche di rendere manifesti fenomeni e processi altrimenti invisibili in modo di farne oggetto di investigazione scientifica dàa queste sostanze un potenziale unico come strumenti diagnostici e dìricerca per l’esplorazione della mente umana.

Non sembra inappropriato o esagerato paragonare il loro valore potenziale per la psichiatria e psicologia a quello del microscopio per la medicina e del telescopio per l’astronomia.”(GROF 1996 [1975]: 32-33).


Sembra quindi che sostanze, pratiche e riti agiscano come squilibranti, attivatori, sensibilizzatori aspecifici, agenti di un trauma (dal greco troma, foro, perforo; dal sanscrito tarami, passo al di là) che apre a un possibile. Allora diventa peròdeterminante l’intenzione (tensione verso) che unisce nell’esperienza operatore ed esperiente; o, in altri termini, diventano determinanti le qualitàdel set e setting variabili che S. Grof descrive cosi:


“L’espressione ‘set e setting’ èun termine tecnico che si riferisce a un complesso di fattori non-farmacologici che partecipano alla reazione da LSD. ‘Set’ include le aspettative del soggetto, l’idea dell’accompagnatore o della guida sulla natura dell’esperienza lisergica, l’obiettivo condiviso del procedimento psichede1ico, e la preparazione e programmazione della sessione. ‘Setting’ si riferisce all’ambiente reale, sia fisico sia interpersonale, e alle circostanze concrete nelle quali èsomministrata la sostanza.”(GROF 1996 [1975]: 14).


L’intenzione dunque orienta e dàsenso all’esperienza; e l’intelligenza del dispositivo si misura sia nell’efficacia traumatica (produrre apertura con la minore sofferenza, il minor rischio possibile) che nell’abilitàa riempire il foro, a dare senso all’apertura indirizzandola quanto meno a un lavoro da fare (in questo trovo ridicola qualsiasi pretesa di neutralitàdegli operatori; che a volte nascondono l’inevitabile intenzione dietro la pretesa “naturalità”dell’esperienza, magari con giustificazioni, spesso rocambolesche, e teorizzazioni “scientifiche”). Gli SNOC sono dunque occasioni di senso, di costruzione di organizzazioni piùavanzate.

Se peròèvero, come conclude S. Grof, che gli SNOC indotti da LSD non sono psicotomimetici, cioènon sono realmente simili a quelli psicotici, pare altrettanto vero che alcuni (?) stati detti psicotici siano degli SNOC, che, se cronicizzano, cronicizzano per via del particolare set e setting in cui avvengono.

Per essere piùchiaro: l’esperienza di uscita dallo stato ordinario di coscienza puòessere spontaneo o indotta (con sostanze o meno). Se in alcuni casi l’uscita èsenza ritorno ciòdipende da una serie di fattori, di cui in primo piano sta il set e il setting in cui avviene l’esperienza (accoglimento, modelli culturali, presenza di una guida, ecc.) (Vermont Study).

Un fattore importante èil carattere della cultura. Vi sono culture monofasiche, che approvano e confermano un solo stato di coscienza, e culture polifasiche, che ne incoraggiano molti, e coltivano l’abilità, valorizzata, di passare da uno all’altro. Il destino che l’esperienza di SNOC spontanei puòavere nell’una o nell’altra èmolto diverso.

La nostra cultura, la cultura della modernitàdell’Occidente, si ècostruita come monofasica. Per farlo, ha espulso, cancellato e svalorizzato; ha patologizzato ogni espressione altra. Cosìfacendo ha avuto le mani libere nei processi di colonizzazione, sfruttamento e distruzione dell’incolto. Un mondo gerarchico e monoteista, dove per diritto prima divino e poi tecnico- scientifico il vertice della piramide (la Kultur) si attribuisce il potere di dominio sul resto del mondo. Questa èla modernità, che in cambio ha dato lo sviluppo tecnico che tutti conosciamo, e che consentirebbe l’emancipazione dal bisogno. Ma, dopo la modernità, èvenuto l’oggi; dopo l’universo, il multiverso; dopo la piramide, i modelli multicentrici: la rete èla metafora dell’oggi. E tornano ad emergere vissuti silenti. Ancora si tende a patologizzarli (MPD, SD), ma non funziona piùcosi facilmente; altri invece li valorizzano (Grof, Perry, Wilber, Maslow, ecc.) o li ricercano apertamente (turismo della transe, dispositivi neofondati o importati). Intanto si costituisce una nuova conoscenza, che restituisce alla cultura dell’Occidente le dimensioni, la profonditàe l’autoconsapevolezza perdute nel passaggio della modernità.

Dunque un dispositivo ritualizzato di transe, per forza comunitario o di gruppo, costruisce alternative alla via senza ritorno di alcuni tipi di “follia”? Forse, ma non solo. Consente di “resettare”le gerarchie dei vari network neuronali, e cioéla dominanza di una o dell’altra modo di conoscenza (Margnelli), e non solo pensando, ma facendo esperienza. Rende cioègli organismi piùattuali. Secondo alcuni Autori produrrebbe anche una re- sintonizzazione neurovegetativa, responsabile dell’effetto salutare in disturbi “psicosomatici”. Consente di visitare aree interne dalle quali la coscienza èabitualmente scollegata e, soprattutto grazie al modello detto “transpersonale”, di collegarsi con la dimensione invisibile e visibile altra da noi, e forse di conciliarsi con essa.

Ma, sullo sfondo, si impone l’effetto di rinforzo positivo del "ciclo di significato" (cosmologia-mito-esperienza-interpretazione) che anima e dàsenso al mondo e insieme alle peripezie di ciascuno.

Ma allora: se l’accesso agli SNOC all’interno di dispositivi ritualizzati èanche tutto questo; se imparare a passare dalla transe selvaggia a quella liturgica èfabbricazione di cultura e non solo allestimento di contenitori di sfogo, di camere di decompressione, allora occorrono di nuovo dei consapevoli signori del limite, delle guide alla soglia; allora bisogna recuperare tutta la cultura negata che sapeva come fare; occorre riflettere su quali dispositivi recuperare, ammodernare, allestire e poi lavorare per farlo. Occorre interrogarsi su come funzioni un dispositivo di transe di gruppo nei suoi inevitabili riflessi sulla salute della cultura, del gruppo e dell’individuo.

Questo lavoro èappena, ma da piùparti, cominciato. Fondamentale èrivolgersi, per portarlo a buon fine, a coloro che ancora (per quanto? ovunque la modernitàfa saltare le catene di trasmissione iniziatica), in societàpolifasiche, lavorano tra una dimensione e l’altra. Lìi dispositivi sono ancora vivi; e ci sono ancora ingegneri all’opera che ne conoscono i meccanismi. E insieme occorre seguire l’evoluzione della nostra conoscenza dell’uomo, seguire l’evoluzione della scienza, sia nei campi delle scienze umane applicate, che in quelli medico, psichiatrico, neurofisiologico. E, ovviamente, occorre sperimentare; e appena sicuri davvero di qualche cosa, metterlo generosamente a disposizione di chi, come noi, ricerca.

 

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