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Cannabis, piantagioni casalinghe L’Italia si scopre produttore
Corriere della Sera

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Cannabis, piantagioni casalinghe L’Italia si scopre produttore

Anche le mafie puntano sulle coltivazioni nostrane: sequestri aumentati del 145%


ROMA - Gli agenti della sezione narcotici di Genova stavano giocando a calcetto in un

campetto di periferia nella zona di Quarto. Era l’11 luglio scorso. Un tiro maldestro spedì il pallone oltre la recinzione e quando uno dei poliziotti andò a riprenderlo si trovò in mezzo a una distesa di canapa indiana. Oltre duecento piante che un pregiudicato di 39 anni aveva occultato nel suo orto tra i pomodori e altra verdura. La scoperta della piccola coltivazione fece interrompere la partita e scattare le manette ai polsi dell’uomo. Molto più «industriale» l’organizzazione di un palermitano che nella sua azienda agricola di Rispecia, in Maremma, aveva sistemato una sessantina di filari lunghi 200 metri l’uno. La Guardia di Finanza, allertata da una «soffiata», lo ha arrestato il 24 agosto dopo qualche giorno di appostamenti. La droga ricavata dalle piante, già pronte per essere raccolte ed essiccate, era destinata al traffico di stupefacenti gestito dalle cosche siciliane.
IL BOOM - Episodi diversi di una stessa realtà: in Italia sale in maniera vertiginosa la produzione di cannabis. Non siamo ai livelli francesi, dove oltre la metà delle sostanze immesse sul mercato proviene da piantagioni nazionali, ma il numero dei sequestri dimostra un trend in ascesa che allarma i responsabili delle strutture antidroga. Il record negativo risale al 2001 quando sono state scovate ben 3.219.414 piante con un incremento rispetto all’anno precedente pari al 145 per cento. Da allora c’è stato un vero e proprio boom che gli analisti attribuiscono a cause diverse. Se da una parte c’è stata una limitazione della «rotta olandese» dovuta al potenziamento dei controlli da parte della polizia di frontiera, dall’altra è stato registrato un notevole calo dei consumi delle droghe leggere provenienti dall’Albania. Una diminuzione dovuta ad una presenza troppo alta del Thc, il principio attivo, che altera il sapore della sostanza e soprattutto gli effetti sull’organismo. «E’ una droga troppo forte rispetto al target di questi stupefacenti - spiegano gli esperti - e dunque poco gradita ai consumatori». Lo stesso problema è stato riscontrato per numerose «partite» importate dalla Spagna ma di provenienza marocchina.

I COSTI - Questi fattori contribuiscono inevitabilmente a incrementare la produzione nazionale. Ci sono i consumatori saltuari, difensori della legalizzazione della cannabis che coltivano poche piante. Ma ci sono anche gli interessi delle grandi organizzazioni criminali, che puntano su benefici notevoli. A partire dai costi più bassi. La piantagione artigianale consente di tagliare alcune voci come quella dell’intermediazione dei trafficanti che controllano il mercato estero e quella del trasporto dai Paesi di origine. Un esempio concreto riguarda proprio l’Albania, che detiene il monopolio dell’esportazione di marijuana in Italia. Le casse vengono caricate su gommoni e pescherecci che attraversano l’Adriatico e approdano nei porti pugliesi. Dunque, alle spese di trasporto bisogna sommare i guadagni per i «corrieri». Una spesa aggiuntiva che i trafficanti mirano a limitare proprio incrementando le coltivazioni sui propri terreni. A fronte della diminuzione delle spese, non c’è infatti un aumento del rischio. Anzi. Nella maggior parte dei casi le pene previste dal codice per chi coltiva l’«erba», sono le stesse inflitte agli spacciatori.
I SEQUESTRI - Le statistiche, ma soprattutto i casi scoperti negli ultimi mesi, dimostrano con quale frequenza i gestori del traffico, ma anche i consumatori abituali, cerchino ormai vie di approvvigionamento alternative a quelle dello spaccio tradizionale. E’ di ieri la notizia dell’arresto di un ventunenne napoletano che aveva trasformato la cantina della sua casa a Piana di Sorrento in una vera e propria serra per la crescita di piantine di marijuana. Oltre ai vasi, il giovane si era attrezzato con contenitori di vetro e di plastica dove conservare le foglie essiccate e pronte a essere consumate. Niente a che vedere con la piantagione scoperta nel luglio del 2001 su un terreno tra Modena e Vignola: oltre due milioni di piante che hanno fatto svettare le statistiche annuali. Per i giovani della zona la coltivazione era una vera e propria mecca: il pellegrinaggio di giorno e di notte era costante. Inusuali anche le modalità di vendita, visto che bisognava pagare in anticipo la raccolta di piantine che poi ognuno provvedeva a curare per ricavarne «fumo». Pochi giorni dopo quel sequestro in carcere è finita un’intera famiglia di fiorai di Terlizzi, in provincia di Bari. Nel giardino della villetta dove abitavano, custodivano centinaia di semi di canapa e serre dove alle cassette di fiori alternavano quelle di marijuana.
IL RAPPORTO - «La produzione nazionale non è ancora in grado di sostituire i quantitativi di droga che arrivano dall’estero, ma il fenomeno deve essere continuamente monitorato e tenuto sotto stretta osservazione». L’analisi degli esperti dell’Antidroga del Viminale conferma anche per quest’anno l’allarme del 2001. Una crescita costante che ha determinato controlli preventivi e veri e propri pattugliamenti in tutte le zone agricole dove è più facile occultare coltivazioni «illegali». Secondo le statistiche sale il numero dei consumatori abituali delle droghe leggere, ma scende inesorabilmente l’età di chi fuma spinelli. Quanto basta per calcolare un aumento della richiesta di mercato ma con l’esigenza di una limitazione dei costi, affinché diventino accessibili anche per quei ragazzi che vivono di «paghetta». Un affare che la criminalità non sembra disposta a lasciarsi sfuggire.

Fiorenza Sarzanini

Fresco di stampa... proprio adatto per la raccolta

 

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