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Una volta, in un libro di filosofia...
Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, 1966

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Una volta, in un libro di filosofia, a proposito del relativismo, ho letto che noi, ad occhio nudo, non vediamo le zampe dei vermi del formaggio non è ragione per credere che i vermi non le vedano... Io sono un verme dello stesso formaggio, e vedo le zampe degli altri vermi.
É buona norma, si dice, non esagerare con il relativismo. In nome del relativismo culturale si può accettare qualsiasi nefandezza. Ad esempio si potrebbe dire che l’infibulazione (mutilazione genitale femminile) sia moralmente accettabile, o che la lapidazione o la semplice pena di morte siano frutto codici autonomi e come tali non giudicabili.

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, 1966

É buona norma, si dice, non esagerare con il relativismo. In nome del relativismo culturale si può accettare qualsiasi nefandezza. Ad esempio si potrebbe dire che l’infibulazione (mutilazione genitale femminile) sia moralmente accettabile, o che la lapidazione o la semplice pena di morte siano frutto codici autonomi e come tali non giudicabili.

Come tutte le interpretazioni o teorie onnicomprensive anche il relativismo non sfugge all’errore che avrebbe voluto correggere: far di tutte l’erbe un fascio.
Come al solito non appare chiaro cosa questo c’entri con la droga.

La droga al pari del formaggio, è un ottimo paradigma per spiegare come l’eccesso di relativismo e del suo opposto servano a confondere le idee, a giustificare ora il più feroce proibizionismo, ora il lassismo più spinto.

Da un punto di osservazione relativista la droga per uso sociale, magico, religioso, medico è assolutamente da difendere, perché è espressione di una cultura e come tale non giudicabile. Da quello non relativista la droga è moralmente inaccettabile, da eliminare perché altera la realtà, crea danni fisici e rende i cittadini ebeti.

Così a scegliere fra essere relativisti o non esserlo verrebbe da dire: W i relativismo. Ma stiamo attenti.
Se accettiamo questa impostazione a scatola chiusa accettiamo che la cultura giudichi immorale, orribile e pericoloso l’uso di qualsiasi sostanza diversa dal proprio contesto. Per capirci in Europa sarebbe ammesso (come è) solo l’uso dell’alcool in quanto "tradizionale". Ogni altra sostanza proveniente da culture diverse sarebbe, legittimamente, interpretata come un’imposizione.

Dopo questo sproloquio pseudo filosofico, non sono ancora certo di essere relativista o non relativista, e forse è proprio in mezzo che sta la soluzione.
Appartenere ad una cultura non significa obbedire acriticamente ai suoi dettami (leggi, imposizioni e religioni), ma significa condividerne le regole e l’evoluzione.
Insomma si deve sempre tornare all’uno, all’individuo per comprendere il valore della cultura e la sua potenziale influenza.

Torniamo, e finiamo, alla droga: oggi la cultura occidentale è indecisa, droga buona o droga cattiva, e per eccesso di zelo imponiamo questo dilemma a tutti.
Istericamente distruggiamo colture e culture straniere per evitare che i giovani occidentali si facciano di eroina (o cocaina), senza rispetto alcuno. Altrettanto istericamente studiamo droghe tradizionali (amazzoniche o africane) per scoprire elisir di lunga vita, sempre senza rispetto alcuno.

Basterebbe un po’ di saggezza, rispetto e sana buona educazione, a volte...

Doctor Schultes

 

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